lunedì 15 marzo 2010

Il Visconte dimezzato di Italo Calvino



                      

Medardo, nella parte iniziale del romanzo,viene rappresentato ancora “intero”; è nel  momento della giovinezza, l’età in cui ci si lascia sorprendere dalla varietà e dalla forza della vita e non si prende ancora posizione (“... Sentiva il sangue di quella guerra crudele, sparso per mille rivoli sulla terra, giungere fino a lui; e se ne lasciava lambire, senza provare accanimento, nè pietà...).
Dopo aver provato il dimidiamento, Medardo, alla fine del racconto, ritorna ad essere uomo intero, reimpossessandosi dell’umanità perduta che, adesso, carica dell’esperienza del dimezzamento, è più ricca, più piena. Medardo torna ad essere uomo intero e, dunque, miscuglio di cattiveria e bontà. E’ questo il dato caratteristico dell’essere uomini. Grazie alla conoscenza e all’esperienza di questi due aspetti, fatte durante il periodo del dimezzamento, Medardo diviene “uomo giusto” e può riuscirgli finalmente possibile integrarsi con i suoi simili.
Le due parti distinte di Medardo, quella buona e quella cattiva, sono disumane perchè estreme, eccessive nelle loro manifestazioni e non in grado di riconoscere ciò che è diverso da loro. Chi è dimidiato, infatti, riduce tutto a sè o elimina indiscriminatamente ciò che è diverso da sè ( Medardo”cattivo” taglia a metà tutto ciò che vede, o appicca incendi per distruggere ).  Anche la parte “buona” di Medardo fa danni, in quanto limitata dal suo concetto assoluto di bontà che pensa debba investire tutti. Non concependo la cattiveria, non può neanche riconoscerla e prevederne le conseguenze ( mette nei guai i paesani; toglie ai lebbrosi l’unico motivo di allegria ).
Chi è dimezzato non ha dubbi, ma non ha neanche la libertà di lasciarsi andare, di
sciogliersi, annullarsi in un sentimento ( Medardo decide di innamorarsi )
Chi è dimezzato non può essere realmente generoso, in quanto la solidarietà ha il suo fondamento nella comprensione. Chi è dimezzato è eccessivo nelle sue pretese ( richieste impossibili del “Buono” a Mastropietrochiodo )
 Il tema del dimidiamento, e, dunque, della riduzione della complessità, è affrontato attraverso altri personaggi del racconto.
Mastropietrochiodo è l’incarnazione dell’uomo che, pago soltanto di svolgere bene il proprio mestiere, opera senza risolvere il problema del significato, della reale funzione e destinazione del proprio lavoro.
Il dottor Trelawney è l’immagine dello scienziato “ puro” a cui manca l’integrazione con gli altri esseri. Il suo agire si rivela sterile, inutile.
Interessanti anche i due gruppi contrapposti dei lebbrosi e degli Ugonotti.
I lebbrosi, nelle intenzioni dell’autore, rappresentano il disimpegno, la felice decadenza, l’edonismo, l’irresponsabilità. Gli Ugonotti rappresentano, invece, “ il moralismo di un’etica religiosa senza religione”. Essi appaiono gretti,; hanno una visione utilitaristica della vita. Il materialismo è avvertibile anche nel modo in cui gli Ugonotti definiscono il Gramo : “monco”, “sfiancato”, “orbo”, “mezzo sordo”. Mostrano, infatti, di cogliere la funzione “ difettosa” del Gramo, ciò che al Gramo “manca”. Il “prodotto” di questo utilitarismo estremo è Esaù, un ragazzo assolutamente privo di scrupoli.
Pamela e Sebastiana sono donne concrete, forse, le uniche figure realmente positive del racconto.
Sebastiana, in particolare, è la classica figura materna che sa rimproverare e perdonare perchè conosce profondamente chi ha allevato.

Nessun commento:

Posta un commento